Tasso di conversione e-commerce: tante visite, zero ordini
Click e visite dalle ads, ma gli ordini non arrivano? Ecco come capire se il problema è il traffico o lo store, e dove si rompe il funnel.
·11 min di lettura
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Duemila click dalle ads in un mese, carrelli che si riempiono, dashboard tutta verde — e a fine giornata zero ordini, o quasi. Qui trovi un metodo in quattro tappe per capire se il problema è il traffico che compri o lo store che non converte. Scritto per founder di e-commerce DTC tra €100k e €10M.
Succede così: uno store beauty spende più di mille euro in un mese, porta a casa duemila click, settanta aggiunte al carrello, trenta checkout aperti. Ordini completati: zero. Il founder rifà le creative, cambia gli angoli, ritocca il budget — e il numero non si muove.
Il punto è che "tante visite, zero ordini" non è un problema solo: sono almeno quattro problemi diversi che si presentano con lo stesso sintomo. Prima di toccare qualsiasi cosa, conviene riconoscere i segnali in dashboard:
CTR sopra la media ma conversione sotto lo 0,5% — le persone cliccano la promessa, poi non comprano il prodotto.
Carrelli che si riempiono e checkout deserti — l'interesse c'è, qualcosa al momento di pagare li ferma.
Mobile che clicca il doppio e converte la metà — il percorso d'acquisto da telefono ha un attrito che da desktop non vedi.
Sessioni sotto i dieci secondi — chi arriva non sta nemmeno guardando: quel traffico potrebbe non essere interesse reale.
I quattro colpevoli possibili — traffico sbagliato, offerta debole, fiducia assente, attrito nel percorso — chiedono rimedi diversi. Lavorare su uno quando il colpevole è un altro è il modo più rapido per bruciare un trimestre.
L'errore tipico è proprio questo: rispondere al sintomo con l'unica leva familiare, cioè nuove creative, più budget, un'altra campagna. Se il problema è dopo il click, stai solo pagando di più per portare persone nello stesso punto in cui si perdono.
Il costo si misura: con €2.000 al mese di ads e un tasso di conversione fermo allo 0,3% invece dell'1,5% di media del mercato, ogni ordine ti costa cinque volte il dovuto. Non è un problema di pazienza: è margine che esce dalla porta ogni settimana. Una mattinata di numeri letti nell'ordine giusto vale più di un mese di test alla cieca.
È la prima domanda da chiudere, perché le due diagnosi portano ad azioni opposte. E la risposta non è un'opinione: sta nel confronto del tasso di conversione per fonte di traffico.
Un brand di profumi se n'è accorto nel modo classico: le stesse pagine che un mese prima convertivano normalmente hanno smesso di farlo, con visite in crescita e ordini in calo. La prima reazione è stata cambiare le creative. La mossa utile era un'altra: aprire il report e mettere in colonna le fonti — ads, organico, email, accesso diretto — con sessioni e ordini degli ultimi trenta giorni.
Il pattern che emerge ti dice dove guardare:
Solo le ads non convertono, mentre email e organico viaggiano a tassi 3–4 volte superiori: il problema è a monte — pubblico sbagliato, promessa che attira curiosi, traffico di bassa qualità che non potrà mai comprare.
Nessuna fonte converte, nemmeno chi ti conosce già: il problema è lo store — prezzo, offerta, fiducia, o un attrito tecnico nel percorso d'acquisto.
Convertono tutte tranne il mobile: non è né il traffico né l'offerta, è il percorso da telefono.
Per fissare l'idea con numeri: se le ads convertono allo 0,4% mentre l'email viaggia al 2,8% e l'organico all'1,9%, lo store funziona — è il pubblico che arriva dalle campagne a essere fuori bersaglio. Se invece anche email e organico stanno sotto lo 0,8%, hai un problema che nessun cambio di targeting risolve.
Quando il sospetto cade sul traffico, tre segnali lo confermano:
sessioni con durata media sotto i dieci secondi e rimbalzo sopra l'80%;
geografie, orari o dispositivi anomali rispetto al tuo cliente tipo;
visite che crescono mentre le aggiunte al carrello restano piatte.
Esiste anche l'errore speculare: incolpare la piattaforma quando pure la newsletter — persone che hanno chiesto di sentirti — non genera un ordine. Lì nessun cambio di campagna ti salva: è l'offerta che non regge, e investire di più sulla qualità del traffico ha senso solo dopo aver sistemato la base.
Se non hai mai segmentato la conversione per fonte, fallo prima di qualunque altra modifica: è mezz'ora di lavoro che orienta tutto il resto.
Se non sai dire se il tuo 0,8% è un problema o la norma del tuo settore, ogni discussione sulle ads parte zoppa.
Il tasso di conversione è la percentuale di sessioni che diventa un ordine: ordini diviso sessioni, per cento. Con 10.000 sessioni e 120 ordini fa 1,2%.
Secondo il rapporto E-commerce in Italia di Casaleggio Associati, la media italiana oscilla tra 0,9% e 2,2%, con un valore centrale intorno all'1,5%. Sotto l'1% c'è quasi sempre un problema strutturale; sopra il 3% sei tra i migliori del mercato.
Settore
Conversione media
Moda e abbigliamento
~1,2%
Beauty e cura della persona
~2,1%
Food & beverage
~1,8%
Elettronica
~0,9%
Non confondere il tasso di conversione con il ROAS: il primo misura quanto converte lo store, il secondo quanto rende una campagna. Un ROAS accettabile con conversione bassa significa che stai pagando per i pochi clienti che avrebbero comprato comunque.
Quando il sospettato è lo store, il passo successivo è guardare il funnel a quattro tappe. Ogni e-commerce perde visitatori a ogni passaggio: la domanda non è se li perdi, ma se li perdi nel punto sbagliato e in quantità anomala.
Per misurarlo non servono strumenti nuovi: bastano i report del tuo gestionale e-commerce, letti con il filtro degli ultimi trenta giorni. Prendi mille sessioni e segui il flusso. In uno store in salute i numeri si comportano più o meno così:
Tappa
Su 1.000 sessioni
Tasso di passaggio
Se crolla qui, guarda...
Vede una pagina prodotto
~350–500
35–50% delle sessioni
navigazione, ricerca interna, struttura del catalogo
Aggiunge al carrello
~70–100
8–10% delle sessioni
prezzo percepito, foto, descrizioni, recensioni
Arriva al checkout
~30–45
40–50% dei carrelli
costi di spedizione mostrati tardi, registrazione forzata
Completa l'ordine
~12–18
1,2–1,8% del totale
La tabella funziona da diagnosi differenziale: confronti i tuoi numeri tappa per tappa e cerchi lo scostamento più grosso, non il valore assoluto. Carrelli abbandonati intorno al 70% sono fisiologici — gli osservatori di settore stimano la media tra il 65% e il 75%. Un abbandono sopra il 60% proprio al momento del pagamento, invece, è quasi sempre un problema concreto: costi che compaiono a sorpresa, spedizione cara, metodi di pagamento assenti.
~70%
Quota media di carrelli abbandonati nell'e-commerce secondo le stime degli osservatori di settore
L'errore classico è ottimizzare il punto sbagliato: settimane spese sulla home page quando il crollo è tra checkout e pagamento. Nei brand che seguiamo, la causa più frequente di checkout abbandonato è la spedizione comunicata tardi — non il prezzo del prodotto.
Il metodo per ripararlo è sequenziale:
Misura le quattro tappe sul tuo store con i dati degli ultimi trenta giorni.
Confronta ogni passaggio con gli intervalli in tabella e cerchia il peggiore.
Lavora solo su quel punto per due settimane, poi rimisura prima di passare oltre.
Un funnel si ripara una tappa alla volta, partendo da quella più vicina al pagamento: è lì che ogni punto percentuale recuperato vale di più, perché agisce su persone già convinte a comprare.
Cinque controlli, tutti fattibili in una mattinata, nessuno richiede competenze tecniche. Se uno fallisce, hai trovato un punto in cui il budget esce senza tornare.
Coerenza tra annuncio e pagina. Apri la tua ad migliore e la pagina dove atterra: stessa promessa, stesso prodotto, stesso prezzo? Se l'annuncio promette uno sconto che la pagina non mostra, il click muore lì.
Prova sociale visibile senza scrollare. Recensioni vere, foto di clienti, numeri concreti nella parte alta della pagina prodotto. Chi arriva freddo dalle ads non si fida per default.
Spedizione e resi dichiarati subito. Costi e tempi visibili in pagina prodotto, non scoperti al checkout: è la prima causa di abbandono al pagamento.
Un ordine completo da telefono. Fallo tu, con la tua connessione dati: ogni campo di troppo, ogni errore, ogni lentezza che incontri la incontrano tutti i tuoi clienti.
Offerta confrontata con le alternative. Apri il tuo prodotto e i tre concorrenti che il tuo cliente vede davvero: a parità di prezzo, la scelta dev'essere ovvia. Se non lo è, il lavoro è su offerta e scontrino medio, non sul traffico.
Se i cinque controlli passano e la conversione resta sotto l'1%, il lavoro si sposta sui dati: capire chi sta arrivando sul sito e perché non è il tuo cliente.
In call con chi gestisce le campagne, tre domande bastano a tenere la barra dritta:
qual è la conversione per fonte negli ultimi trenta giorni, e come si confronta con il trimestre scorso?
quanta parte del budget va su pubblico nuovo rispetto a chi ci conosce già?
quale tappa del funnel sta peggiorando, e cosa stiamo facendo esattamente lì?
Un'avvertenza finale: non tutti gli store devono inseguire l'1,5%. Con scontrino medio alto e prodotti che richiedono riflessione — arredamento, gioielleria, forniture professionali — un tasso sotto la media con margine per ordine elevato può essere un business sanissimo. Uno store che converte allo 0,7% con €120 di margine per ordine guadagna più di uno che converte al 2% margine €30, a parità di traffico. Il benchmark giusto resta il tuo margine, non la percentuale da sola.
Qual è un buon tasso di conversione per un e-commerce in Italia?
La media italiana è intorno all'1,5%, con un intervallo tra 0,9% e 2,2% secondo il rapporto E-commerce in Italia di Casaleggio Associati. Sotto l'1% conviene indagare il funnel; sopra il 3% sei tra i migliori del mercato.
Perché ricevo aggiunte al carrello ma nessun acquisto?
Quasi sempre il blocco è al checkout: costi di spedizione scoperti tardi, registrazione obbligatoria, metodi di pagamento mancanti o form troppo lunghi. Completa tu stesso un ordine da telefono e cronometra: ogni attrito che incontri lo incontrano tutti i tuoi clienti.
Il tasso di conversione su mobile è sempre più basso del desktop?
Sì, in quasi tutti i settori il mobile converte meno del desktop, anche se porta più traffico. Diventa un campanello d'allarme quando la conversione mobile è meno della metà di quella desktop: lì c'è un attrito specifico da trovare e rimuovere.
Un tasso di conversione basso significa che le ads non funzionano?
Non necessariamente. Confronta la conversione per fonte: se anche email e organico non convertono, il problema è lo store, non le campagne. Le ads amplificano quello che lo store già fa — nel bene e nel male.
Ogni quanto va misurato il tasso di conversione?
Guarda il dato per fonte ogni settimana e il trend su base mensile. Il numero del singolo giorno è rumore: su volumi piccoli bastano due ordini in più o in meno per spostarlo del 50%.